A proposito di Etruschi – di Gemma Bechini, etruscologa


“La pagina presenta al pubblico una sezione interamente dedicata all’Etruscologia, in cui ci si occupa di recensire mostre ed eventi, nonché di offrire e garantire informazione di impronta scientifico/culturale al fine di proporre un’ampia gamma di conoscenze e informazioni che possano descrivere a 360 gradi il mondo degli antichi Etruschi. Pertanto, gli sforzi di questa attività, nella sentita intenzione di affrontare tematiche inerenti agli aspetti storici e culturali di questo popolo, sono volti a consegnare al pubblico un’immagine storico/culturale della civiltà etrusca, non mancando di presentare studi ed approfondimenti su reperti noti.”

Etruria: una donna straordinariamente attuale e le reticenze degli antichi.

“presso i Tirreni le donne sono tenute in comune,  hanno molta cura del loro corpo e spesso si presentano nude tra gli uomini, talvolta anche tra di loro, in quanto non è disdicevole il mostrarsi nude. Stanno a tavola non vicino al marito, ma vicino al primo venuto di coloro che sono presenti, e brindano alla salute di chi vogliono. Sono potenti bevitrici e molto belle da vedere”

Così Teopompo, a giusta ragione definito da Cornelio Nepote “omnium maledicentissimsus”, nel CLIII libro della Storia, dipinge una figura femminile dai tratti foschi e non corrispondenti alla realtà, ma indicativi della netta divergenza nel concepire e nell’accettare il ruolo e la figura femminile nella società; da un lato la claustrofobica vita della donna romana, sempre limitata entro le quattro mura della domus, dall’altro la sfrontatezza e la licenziosità della donna etrusca, caratteri questi in realtà esasperati per una sorta di reticenza totale, ma che proprio in virtù di una eccessiva tendenza alla maldicenza, tradiscono una concezione assolutamente nuova della donna che gode in società di una parità di diritti che le permettono di vivere al fianco del proprio marito, senza rinunciare ad occasioni di vita pubblica. Altri autori come Posidonio (ap. Diod. Sic., V, 40, 4) che si sofferma ad indicare tra le cause della decadenza etrusca l’eccessiva tendenza a passare la vita a bere, come Aristotele (Ateneo IV, 153 d; VII, 516 sgg.) piuttosto che Plauto (Cistellaria, II, 3, 20) offrono un’immagine assolutamente fuorviante della società e della donna etrusca[1]; si concentrano infatti sulla descrizione del banchetto e lo stesso Catullo (Catull., XXXIX, 11; Verg., Georg., II, 193: pinguis […] Tyrrhenus) descrive un’immagine quasi tragicomica dell’uomo etrusco grasso, in contrapposizione a quella dell’umbro parco: “aut parcus Umber, out obesus Etruscus[2], non mancando di sottolineare quanto fossero inclini alla mollezza e al piacere, contribuendo così a diffondere le dicerie circa la scostumatezza e la sfrenatezza della società, insistendo sul fatto che le donne fossero licenziose e “libertine”. Niente di più falso e di diffamatorio per un mondo ed una civiltà dalla cultura molto più raffinata di quanto in realtà si possa credere indagando le fonti classiche. A questo proposito, la documentazione archeologica corre in nostro soccorso, fornendoci tutti gli elementi necessari per credere che le fonti antiche offrano un’immagine falsificata e che in realtà il mondo etrusco fosse nettamente avanzato rispetto alle società sue contemporanee, che quindi non fosse incline soltanto ai piaceri della vita; infatti, pur non rinunciando alle occasioni in cui l’aristocrazia celebrava se stessa, cioè i banchetti e i simposi, l’Etruria dimostra di essere decisamente cosmopolita, aperta cioè a recepire culture, usi e costumi diversi, ma allo stesso tempo conscia di una propria identità che sul piano sociale si rifletteva nella pari uguaglianza tra uomo e donna. Carattere quindi di estrema attualità, benché ci si riferisca già ad epoche davvero remote, come testimoniano le prove archeologiche relative a contesti funerari inquadrati nelle due facies che descrivono i prodromi ed il primo sviluppo della civiltà etrusca, “protovillanoviano e villanoviano”.[3] La scelta, infatti, di arricchire con un corredo le sepolture ad incinerazione, in pozzetti, sia femminili sia maschili, pongono la figura della donna sullo stesso piano sociale e culturale dell’uomo, già tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro. A questo proposito, si mostrano alcuni esempi che possano rendere ben chiaro quanto appena detto; si riportano quindi all’attenzione quanto gli scavi presso la necropoli delle Ripaie (Volterra) hanno messo in luce.

Sulla sinistra, un biconico[4] femminile, per la presenza di fibule ad arco semplice e di una fuseruola d’impasto, sulla destra un biconico maschile, per la presenza di un rasoio quadrangolare con manico a tortiglione imbullettato[5]. Lo sviluppo del corpo dei due vasi in altezza porta a datare gli esemplari al pieno IX sec. a.C.

Questa pratica rituale, nonché l’utilizzo del biconico per contenere le ceneri del defunto, è identificativa del popolo etrusco e pertanto rimarrà pressoché invariata a lungo tempo, pur ammettendo innovazioni a seguito, ad esempio, dell’introduzione del tornio, che dopo la metà dell’VIII sec. a.C. entra in Etruria sulle navi dei commercianti euboici e che porterà grosse innovazioni sotto il profilo tecnico.[6]

Ad un momento di passaggio tra la fine del IX e gli inizi dell’VIII sec. a.C. si colloca lo splendido cinerario da Pontecagnano[7], sul cui coperchio viene presentata una scena di ierogamia funebre[8]; due figurine dai tratti quasi animaleschi, a sottolineare lo stravolgimento del passaggio dalla vita alla morte, sono ritratte in un abbraccio simbolico, in cui il personaggio di destra, maschile, ben riconoscibile da alcuni attributi fisici, viene accompagnato nell’aldilà dalla statuina di sinistra in cui è identificata una figura femminile. Il fatto che entrambe siano realizzate sul medesimo piano e presentino la stessa altezza, nonché le stesse dimensioni e proporzioni, suggeriscono di credere che anche attraverso la piccola plastica a tutto tondo si voglia riproporre all’attenzione il concetto di parità tra i due sessi, già espresso e manifesto nei corredi funerari.

Altri esempi in tal senso provengono ancora da contesti di IX/VIII sec. a.C., come riporta il carrello bronzeo bruciaprofumi da Bisenzio[9], in cui, in uno dei quattro lati lavorati a giorno compare la rappresentazione di un nucleo familiare composto di padre, madre e figlio, in cui l’uomo e la donna appaiono nuovamente sullo stesso piano e sembrano senza ombra di dubbio avere la stessa altezza nonché le medesime proporzioni.

Che la donna aristocratica etrusca godesse non solo di pari diritto dell’uomo e quindi del marito, ma che facesse anche esaltare la sua fortunata condizione ne sono prova gli splendidi gioielli che le tombe principesche hanno gelosamente custodito per secoli; è il caso della Tomba di Bocchoris[10], risalente alla metà del VII sec. a.C.[11], che restituisce, oltre ad una meravigliosa situla in faience con il nome del faraone iscritto in un cartiglio, anche una bellissima collana composta da figurine di divinità, il cui grande valore sul mercato etrusco, data la provenienza dal lontano Egitto e la preziosità del materiale stesso, è indicativa del benessere raggiunto dalla famiglia di appartenenza e verosimilmente si immagina l’oggetto al collo di una ricca signora aristocratica.

Ancora nell’ambito di corredi funerari, altre indicazioni utili a definire almeno preliminarmente la figura della donna sono le splendide realizzazioni dell’oreficeria che numerosi contesti, come la tomba Regolini – Galassi[12], piuttosto che le tombe Barberini e Bernardini[13], hanno conservato e che descrivono uno spaccato dell’alta società dal pieno VII sec. a.C. agli inizi del successivo; in epoca orientalizzante, infatti, si registra un vero e proprio exploit nella tecnica e nel repertorio decorativo di tali realizzazioni[14], tanto che risalgono proprio alla facies orientalizzante (fine dell’VIII – inizi del VI sec. a.C.) le prime sperimentazioni della filigrana, della granulazione e del pulviscolo[15] che poi permetteranno la creazione di splendidi gioielli in oro, dai dettagli strepitosi. È il caso quindi di presentare qualche esempio in merito.

Armille (bracciali) da Marsiliana d’Albegna, datate alla metà del VII sec. a.C.

Fibula a drago, ancora una volta da Marsiliana d’Albegna, datata al 650 a.C.

Orecchini da Vetulonia, datati al pieno VII sec. a.C.

Orecchini a bauletto da Pescia Romana, datati alla seconda metà del VI sec. a.C.

Di esempi ce ne sono infiniti altri, ma non è affatto il caso di dilungare il discorso sulle arti minori; infatti, per evitare ridondanze e non rischiare di stravolgere il tema di partenza trattato nel presente articolo, è necessario semplicemente sottolineare il fatto che queste prove archeologiche, prese a campione, sono indicative del lusso, del benessere e del buongusto che riguarda e descrive la donna etrusca. Ma per offrire un’immagine a 360 gradi che quindi metta definitivamente a tacere le voci malevoli delle fonti classiche, che dal lontano passato sembrano ancora riecheggiare descrivendo la donna etrusca con tratti che più si addicono ad una etéra e non certo ad una donna colta dell’alta società, è necessario addurre altre prove ben più tangibili e che non lascino il campo aperto a dubbi. Dalla lettura delle iscrizioni, infatti, si delinea lentamente un’immagine molto chiara e definita della donna etrusca; una persona cioè che, oltre ad occuparsi della casa e di tutte le attività quotidiane che le competono, è contraddistinta da una dote molto particolare se riferita nel contesto del suo mondo antico; sa infatti leggere e scrivere,  lasciando testimonianza diretta di sé sulle iscrizioni di possesso e sulle “elegie” commemorative dei sarcofagi. Una donna, quindi, che, in virtù dell’educazione ricevuta fin da bambina, ha maggiore coscienza di sé e della sua stessa persona,  che si identifica nella società che la circonda, integrandosi perfettamente in essa e facendone parte attivamente assieme al marito, e mai nascondendosi entro le quattro mura della domus che invece costringeva la donna romana ad una vita quasi di “clausura”.

Da non dimenticare che questo fenomeno porta con sé ulteriori conseguenze sul piano interpretativo; infatti, la pratica di iscrivere il proprio nome su un oggetto di uso quotidiano è pratica sia maschile sia femminile. Per cui questa constatazione porta di nuovo a credere che la donna e l’uomo abbiano uguale importanza dal punto di vista sociale, una parità cioè di diritti che contraddistingue nettamente il mondo etrusco dal resto del Mediterraneo. Così come l’uomo poteva possedere oggetti di uso comune, così anche la donna aveva la possibilità di formarsi una specie di “dote” personale che le permetteva di crearsi una sorta di riconoscimento del proprio ruolo non solo limitatamente all’interno del nucleo familiare stesso, ma anche e soprattutto all’interno della società[16]. Tra le iscrizioni più antiche su vasi di uso comune ricordiamo “mi Larthia” (“io sono di Larth”), “mi spanti Nuzinaia” (“io sono il piatto di Nuzina”), “mi Nereies tafna” (“io sono il calice di Nerei”), “mi Ramuthas Kasinai” (“io sono di R. K.”), “mi culixna v(e)lthura(s) venelus” (“io sono il vaso di Veltura Venel”). Per quanto riguarda le iscrizioni su sarcofagi, valgono le stesse considerazioni sul piano sociale espresse fino adesso, con la precisazione che in alcuni casi la presenza del nome e del cognome della donna contribuisce a corroborare l’ipotesi che la figura femminile in Etruria avesse davvero, sul piano sociale, gli stessi diritti dell’uomo e che godesse di una considerazione tale che, al momento del matrimonio, la sua identità non andasse persa; con la scelta, infatti, della formula onomastica bimembre (nome individuale o praenomen + nome di famiglia o gentilizio), si vuole ricordare con forza le origini della persona, al contrario invece di quanto accadeva, ad esempio, nel mondo romano, dove la donna era conosciuta solo con il gentilizio. Un caso esemplare è l’iscrizione del sarcofago della Tomba dei Partunu, III sec. a.C., che è identificativa di una tendenza radicata nella società etrusca: “Velthur, Larisal clan, Cucinial Thanxvilus, lupu aviils XXV” che si traduce in “Velthur, di Laris figlio, (e) di Cuclnei Thanchvil, morto a 25 anni”[17]; nell’iscrizione compare il nome del padre Laris e della madre Cuclnei Thanchvil.

A proposito di sarcofagi, la grande statuaria funeraria etrusca offre molteplici esempi che fissano come una fotografia le occasioni quotidiane cui la donna poteva partecipare; come non ricordare, ed esempio, il celebre Sarcofago degli Sposi, oggi conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (RM), datato all’ultimo quarto del VI sec. a.C.[18]; è considerato una delle realizzazioni più belle di tutta la coroplastica, in quanto racchiude in sé una molteplicità di aspetti che descrivono pressoché quasi a 360 gradi il mondo etrusco. Dallo stile di vita, alla celebrazione del banchetto come momento conviviale da condividere in compagnia del/della consorte, dalla moda che abbelliva le donne di ricchi gioielli e che esigeva un lungo chitone, accompagnato dal copricapo che ricadeva sulla nuca (il tutulus) e da particolari calzature (i calcei repandi), all’abbigliamento per l’uomo, nonché al più evidente di tutti gli aspetti: la partecipazione della donna ad un evento che, ad esempio, in Grecia era riservato solo ed esclusivamente all’uomo.

È stato proprio questo il motivo che ha spinto Aristotele[19] a meravigliarsi nel vedere ai banchetti e ai simposi etruschi la presenza di donne che non fossero etère e che quindi ha portato a credere, forse per una sorta di reticenza o di esagerato stupore che non concedeva niente alla buonafede, che tutte le donne etrusche avessero un animo lascivio e che non si preoccupassero di sapere con chi avrebbero condiviso il proprio letto. Un altro esempio che permette di introdurre ulteriori argomentazioni in merito al ruolo sociale della donna etrusca, è offerto dagli splendidi affreschi delle tombe dipinte della necropoli Monterozzi di Tarquinia; il triangolo frontonale che culmina la parete di fondo della camera funeraria della celebre Tomba della Caccia e della Pesca[20] propone una scena affine all’immagine offerta dal Sarcofago degli Sposi. Datata al 520 a.C., offre una immagine che sembra parlare da sola; una coppia è infatti intenta a celebrare un simposio che si sta tenendo in un ambiente riccamente addobbato, dalle pareti tappezzate di corone e alla presenza di inservienti il cui compito è allietare il momento conviviale.

Osservando la scena, ben consapevoli e coscienziosamente forti delle prove archeologiche addotte fino adesso, come è possibile non notare l’amore ed il rispetto che i gesti dell’uomo manifestano nei confronti di sua moglie? La coppia è infatti ritratta in un momento di forte complicità e di grande intimità che si rivela proprio nella delicatezza dei movimenti. In essi è cioè presente e viva una vera e propria tensione erotica che sfocia in sguardi reciproci ed in gesti morbidi e delicati; sono cioè legati da quella stessa intensità e da quella passione che trova in Omero la sua descrizione più efficace:

“Nuovamente Eros

Di sotto alle palpebre scure

Mi colpisce con lo sguardo sfuggente

E mi spinge con tutti i suoi incantesimi

Nelle reti inestricabili di Cipride”                                                (Odyss., VIII, vv. 266-366)

L’intensità dei sentimenti che si manifesta nei gesti accorti lascia ben pochi dubbi circa l’identificazione dei commensali come una coppia coniugale; così, la tomba offre uno spaccato di un mondo che fa della donna il braccio destro dell’uomo, che non rinuncia ad integrarla nella società ma che ne fa un vero e proprio vanto, un pernio che garantisce il benessere della casa e di chi la abita.

Ma la donna etrusca non prendeva solo parte ai banchetti e ai simposi, ma a tutte le occasioni pubbliche che quindi riguardavano la comunità; così la vediamo partecipare alle danze in onore di un defunto, come dimostrano gli affreschi della Tomba delle Leonesse; anch’essa datata al 520 a.C., offre questa meravigliosa immagine in cui la figura femminile si mostra in tutta la sua eleganza, vestita di lungo chitone a tinte forti, tutulus e calcei repandi.[21]

Oppure ancora è presente negli affreschi della Tomba del Barone (510-500 a.C.), in cui si rende partecipe di una scena di commiato; un alberello separa la figura femminile sulla destra, da altri due personaggi, un uomo ed un flautista, sulla sinistra[22]. L’elemento vegetale, visto nella sua essenza naturale, sembra fare da confine tra il mondo dei vivi, che si esprime nell’uomo barbuto e nel giovane flautista posti sulla sinistra dell’alberello, ed il mondo dei morti, rappresentato dalla figura femminile sulla destra, per cui molto probabilmente la donna stessa rappresentata nell’affresco è la defunta nonché titolare della tomba. A questo proposito, si sottolinea il fatto stesso che ad una donna non solo fossero dedicati gli affreschi, ma addirittura appartenesse una tomba riccamente e finemente dipinta.

In alcuni casi, come nella Tomba degli Scudi[23], datata al terzo venticinquennio del IV sec. a.C., la raffigurazione della donna è accompagnata da oggetti simbolici che sottolineano il suo ruolo di madre e moglie; in questo affresco infatti la vediamo in occasione di un banchetto, sdraiata a fianco del marito, mentre ricevere dalle mani del congiunto un uovo che indubbiamente è simbolo di fertilità, di vita e quindi di prosecuzione della stirpe.

Una sorta di augurio, ma soprattutto una celebrazione della donna nel ruolo di madre. Ancora una volta si legge la stessa morbidezza e la stessa cura nei gesti da parte dell’uomo, lo stesso sguardo complice che nasce soltanto tra due persone sentimentalmente legate da un profondo amore e da un rispetto reciproco, tutti aspetti che sono già stati evidenziati a proposito degli affreschi della Tomba della Caccia e della Pesca e che sono qui riproposti con forte evidenza[24].

Non solo, ma la donna poteva partecipare anche a momenti di gioco; la vediamo raffigurata, a tale proposito, negli affreschi della Tomba dei Giocolieri (510 a.C.), in cui si mostra ancora una volta riccamente vestita di elegante chitone colorato, di calcei repandi e adorna di splendidi orecchini che trovano forti riscontri nell’oreficeria di VI sec. a.C., come dimostra, ad esempio, questo splendido esemplare realizzato a granulazione e filigrana da Pescia Romana.

Infine, è doveroso non dimenticare di affrontare un ultimo argomento che può corroborare di utili informazioni quanto detto fin’ora; un’ulteriore prova archeologica che la donna in Etruria godesse degli stessi diritti dell’uomo e che fosse inserita ed integrata nel sociale esattamente come il coniuge, lo dimostra anche la produzione di canopi. Infatti, sempre nell’ambito funerario, sembra che questa produzione straordinaria e limitata geograficamente all’area chiusina, fosse riservata tanto agli uomini quanto alle donne; non sono infatti infrequenti i ritrovamenti di canopi dalle sembianze femminili, accentuate dalla presenza di applique per evidenziare bracciali, oppure dai lobi forati per inserire orecchini e dalla digitazione, sul corpo del vaso, dei seni. Vale quindi la pena mostrare qualche esempio che possa rendere ben chiaro ciò di cui si sta parlando; si offre così l’immagine di due canopi recuperati a Fonte dell’Aia, Chiusi, e risalenti all’incirca al secondo quarto del VII sec. a.C. Nell’esemplare di sinistra si riconosce un individuo maschile dall’attributo della barba lunga sul mento, mentre nell’esemplare di destra si apprezza una figura femminile dalla presenza di grandi orecchini a cerchio.

Se si osserva attentamente, si noterà che, ad eccezione di barba e orecchini, le sagome delle due teste sono identiche, per cui si ipotizza l’utilizzo di matrici che fanno propendere per una produzione in serie; nonostante questo non si rinuncia comunque ad un certo individualismo che si esplica nell’applicazione di attributi quali barba e orecchini, indicativi del sesso dell’incinerato. Così facendo, si garantisce il riconoscimento del defunto, benché, è bene specificare, non si voglia mai perseguire un intento ritrattistico; anche in questo caso, quindi, si dimostra che quanto era riservato per gli uomini limitatamente all’ambito funerario, tanto era previsto anche per le donne, a dimostrazione, quindi, che la figura femminile godeva della stessa considerazione e degli stessi diritti dell’uomo sul piano sociale.

Vere e proprie fotografie ci lasciano i sarcofagi che ritraggono donne in splendidi abiti sontuosi, in momenti di svago, in occasione di banchetti o di simposi; meravigliosi gioielli, pettinature elaborate e raffinate, coperte variopinte, morbidi cuscini sono tutti elementi che, dalla pietra scolpita tramandano un’immagine del tutto veritiera di quello che doveva essere il mondo femminile. Così, si mostra in tutto il suo splendore Thanunia Seianti, donna dell’alta società etrusca cui è dedicato questo sarcofago[25]. Splendida realizzazione, capolavoro della plastica chiusina in terracotta, che sublima tutti i caratteri distintivi che riguardano il mondo femminile.

 

 

 

 

 

 

Dalla tomba dei Tetnies proviene invece questo splendido esemplare, in cui viene rappresentata una coppia, marito e moglie, stretti in un abbraccio affettuoso, avvolti nello stesso mantello e distesi sulla kline; proveniente dalla necropoli di Ponte Rotto, il sarcofago è datato al 340 a.C. e lascia una tenera immagine di un nucleo familiare ritratto in un momento di riposo e di forte intimità.[26]

Infine, meritano un cenno le attività quotidiane cui la donna si dedicava e che è possibile ricostruire, ancora una volta, dalle testimonianze archeologiche; la presenza nei corredi di IX sec. a.C.[27], di fuseruole e pesi da telaio, connota la donna all’interno dell’unità familiare, dedita alla lavorazione della lana. Questa attività però, nel mondo etrusco, con il passare dei secoli sembra caricarsi di un valore aggiunto, una sorta cioè di status symbol, attività di rilievo culturale ed economico che descrive la donna dell’alta società e che l’arte fotografa seduta su troni a spalliera ricurva, intenta a tessere la lana. Il fatto che l’attività di filatura e, più in generale, di lavorazione della lana sia prerogativa della donna di alta società e che quindi diventi vera e propria attività identificativa del benessere sociale di chi la pratica, è dimostrato dal trono di Verucchio (VII sec. a.C.), località nei pressi di Rimini, in cui le particolari condizioni del terreno hanno permesso la conservazione di oggetti lignei. Sulla superficie del trono è intagliata una scena di trasporto della lana, trainata da carri a due cavalli, alla presenza di cocchieri e soldati armati.

Un’immagine simile si ritrova su un tintinnabolo in bronzo recuperato nei pressi di Bologna e sulle cui due facce è proposta una scena di filatura e tessitura, in cui la donna, verosimilmente la padrona di casa, è intenta a svolgere la sua attività seduta su un trono e su un alto telaio[28].

Concludendo, dal vasto panorama di testimonianze archeologiche proposto nel presente articolo, si trae un chiaro e ben delineato ritratto della donna etrusca; una figura femminile cioè integrata nella società, che gode degli stessi diritti dell’uomo, potendo così partecipare a tutte le manifestazioni della vita pubblica che riguardano la comunità. Così la vediamo prendere parte a banchetti e simposi, stretta nell’abbraccio amoroso del compagno che le sta sempre a fianco. Una figura femminile sofisticata nell’abbigliamento ma anche nello stile di vita, dedita alle attività quotidiane che assicurano il benessere della casa e dei familiari; una donna molto colta, che sa leggere e scrivere, che possiede una dote su cui lascia memoria di sé. Una donna che nella società ha una sua identità, rispettata al pari dell’uomo.

Questa immagine così straordinaria se confrontata con altre realtà sociali ben diverse e sue contemporanee, ha attirato l’attenzione di scrittori greci e romani che non si risparmiano in termini negativi e che aprono ufficialmente la strada per maldicenze e diffamazioni, che nascondo da una reticenza assoluta nel concepire una figura di donna tanto apprezzata, emancipata e libera. Grazie alle testimonianze archeologiche è però possibile ricostruire la figura femminile, riconsegnandole quella dignità che le fonti classiche hanno tentato di cancellare, dipingendola quasi come una etèra. Ad oggi, sappiamo bene quanto la donna etrusca fosse rispettata e integrata nel mondo maschile e nella società, tanto che le stesse maldicenze ottengono l’effetto opposto rispetto a quello sperato; se infatti gli scrittori antichi tentavano di “segregare” questa realtà, gridando allo scandalo e dipingendo a tratti foschi la figura femminile, oggi, alla luce delle conoscenze dedotte da prove archeologiche inconfutabili, straordinariamente contribuiscono a regalarle ancora più fascino e mistero.

Riferimenti Bibliografici

Barbagli – Iozzo, “Etruschi. La collezione Casuccini”; 2007.

Bianchi Bandinelli – Torelli, “L’arte dell’antichità classica. Etruria – Roma”, 1976.

G. Camporeale, “Etruschi. Storia e Civiltà”, 2004.

G. Cateni, “Volterra. Il Museo Etrusco”, 2006.

M. Cristofani, “Civiltà degli Etruschi”, 1985.

M. Martelli, “La ceramica degli Etruschi. La pittura vascolare”, 2000.

M. Moretti, “Nuovi elementi della pittura etrusca”, 1966.

M. Pallottino, “Etruscologia”, 1984.

R. A. Staccioli, “Il mondo degli Etruschi. La vita quotidiana”, 1985.

S. Steingraber, “Catalogo ragionato della pittura etrusca”, 1985.

S. Steingraber, “Affreschi etruschi. Dal periodo geometrico all’ellenismo”, 2006.

M. Torelli “Gli Etruschi”, 2000.


[1] Pallottino 1984, pp. 389 ss. (Etruscologia)

[2] Camporeale 2004, pp. 177 ss. (gli etruschi storia e civiltà)

[3] Camporeale 2004; la facies villanoviana comprende un breve lasso di tempo che va dal IX all’VIII sec. a.C. e presenta i caratteri distintivi che hanno permesso a Giovanni Gozzadini l’identificazione culturale del popolo etrusco nel 1854, anno a cui risale la prima scoperta di una necropoli etrusca presso Villanova (BO). Al “protovillanoviano”, si ascrivono invece le testimonianze precedenti al IX sec. a.C., più precisamente inquadrabili alla fase finale dell’età del Bronzo, ossia il pieno X sec. a.C.

[4] Il vaso biconico è il classico vaso utilizzato dagli Etruschi per deporre le ceneri del defunto nel pozzetto; il nome deriva dal fatto che la sagoma tradisce due forme, una chiusa sull’altra, carattere che deriva dal fatto di avere un corpo-contenitore ed una ciotola-coperchio soprastante. Sulle soglie del X sec. a.C., il biconico mostra una sagoma molto incerta e non presenta piede sagomato. Con il passare dei secoli, e già dall’VIII sec. a.C., ma specialmente dal successivo, mostra uno sviluppo in altezza, che esige un piede sagomato. La presenza di due anse, di cui una viene troncata intenzionalmente al momento della deposizione del vaso nel pozzetto, tradisce l’origine di questa tipologia come vaso contenitore per l’acqua. È anche stato proposto da vari autori che la scelta di questa forma per un contesto ed un uso funerario non sia casuale, ma il richiamo all’acqua, che è simbolo di vita, abbia spinto a scegliere la tipologia.

[5] Cateni 2006, tav. 3.

[6] Martelli 2000 (La ceramica degli etruschi), pp. 54 ss.

[7] Camporeale 2004, tav. 137.

[8] Camporeale 2004.

[9] Camporeale 2004, tav. 2. Necropoli dell’Olmobello. Per un approfondimento, Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 7.

[10] Cristofani, 1985; la tomba di Bocchoris si trova nella necropoli tarquiniese di Monterozzi. Il Faraone Bocchoris, appartenente alla XXIV dinastia, secondo quanto riportato dai dati, regna dal 720 a.C. al 712 a.C. La tomba è portavoce di scambi commerciali e culturali non solo con l’Egitto ma con tutto l’Oriente e data ufficialmente l’inizio della facies orientalizzante del mondo etrusco. Per un approfondimento, Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 16.

[11] Camporeale 2004, pp. 73 ss.; il segmento cronologico che si estende dalla fine dell’VIII sec. a.C. e gli inizi del VI sec. a.C. è chiamato “orientalizzante”, in virtù del repertorio decorativo ceramico e non solo, desunto inizialmente dall’arte fenicia e successivamente corinzia e greco orientale. Mi riferisco, nel primo caso, al repertorio di animali in posizione araldica, quali leoni e pantere, nonché animali fantastici come il grifo, desunti dall’arte orientale, riprodotti nelle decorazioni a sbalzo di piatti e vasi in lamina metallica.

[12] Per un approfondimento circa i reperti in oro, Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tavv. 34 – 35.

[13] Cristofani 1985, pp. 455 ss.

[14] Cristofani 1985, pp. 445 ss.

[15] Per un approfondimento, Torelli 2000. La filigrana, la granulazione e il pulviscolo sono tre tecniche per la lavorazione e la creazione di gioielli in oro, che riguardano esclusivamente la decorazione; per quanto riguarda la filigrana, si tratta di lavorazione a fili d’oro. Per quanto riguarda invece le altre due tecniche, ossia la granulazione ed il pulviscolo, si tratta di saldatura di piccole sfere d’oro che riempiono la lamina di supporto dell’oggetto e che quindi nel complesso costituiscono l’essenza della decorazione. A seconda del diametro di queste sfere si ha una decorazione a granulazione oppure a pulviscolo (quando il diametro di ogni singola sfera è inferiore a 0,1 mm).

[16] Per approfondimenti, Torelli 2000.

[17] Per approfondimenti, Barbagli – Iozzo 2007.

[18] Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 78.

[19] Aristotele, [Fragm. 607 Rose], “gli Etruschi banchettano con le loro donne, sdraiati sotto la stessa coperta”.

[20] Steingraber 1985; Steingraber 2006; Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 94.

[21] Steingraber 1985.

[22] Per approfondimenti, Steingraber 2006; Steingraber 1985.

[23] Per approfondimenti, Steingraber 2006. Per un approfondimento, Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 152.

[24] Steingraber 2006.

[25] Per un approfondimento, Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 181.

[26] Bianchi Bandinelli – Torelli 1976, tav. 138.

[27] Per un approfondimento, Cateni 2006; il catalogo del Museo Etrusco di Volterra offre corredi femminili di IX/VIII/VII sec. a.C. in cui non mancano fuseruole in terracotta e pesi da telaio. Camporeale 2004, pp. 188 ss., per un approfondimento ulteriore circa le occupazioni femminili e relative testimonianze archeologiche.

[28] Camporeale 2004, pp. 189 – 190.

 

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